U come Uva

Le parole di Nabu - 30-09-21

Edited by Edoardo Balacchi

La parola di questo mese è UVA: l’autunno è per antonomasia tempo di vendemmie e degustazioni, di filari gonfi di grappoli, di colori autunnali che si inseguono fra le vigne.

Che l’Italia sia il paese del vino è orgoglio e leggenda di cui tutti gli italiani in qualche modo sono consapevoli nel profondo, anche quando si trovano a migliaia di chilometri da casa: non fa eccezione un italiano molto speciale come John Fante, che dal suo punto d’osservazione privilegiato - l’America delle luci e del cinema per cui ha lavorato come sceneggiatore - ci regala una storia ad alta gradazione con il magnifico “La confraternita dell’uva”.

Si tratta di un romanzo dolce e squinternato in cui - come sempre avviene nelle opere del grande scrittore italoamericano - vita vissuta e fantasia si miscelano sino a diventare un unico indistinguibile succo dolcissimo, pronto a fermentare.

È la storia di suo padre, figura ingombrante e irresistibile, un vecchio muratore di origini italiane in perenne conflitto con la moglie e coi figli, che trascinerà il protagonista Henry nella rocambolesca costruzione di un affumicatoio in montagna.

Così, fra “vini italiani” Made in California, vecchi italiani avvinazzati e perle di saggezza alcolica, John Fante ci parla di sogni, come in ogni grande romanzo americano che si rispetti, ma anche di famiglia e di fallimento, di ubriachezza e di vita danzata sul crinale della morte.

Il vero tema del libro, per tramite dell’uva, diventa il cordone ombelicale che lega uomo e terra, strada a doppio senso fra fuga e ritorno alle proprie origini, fra odio e amore viscerale per i genitori e per la propria storia familiare.

Lo stile di Fante è come sempre inconfondibile: sgangherato, appassionato, commovente, arrabbiato.
Leggendo “La confraternita dell’uva” non si può che concordare con Bukowski, quando diceva: “John Fante era il mio Dio”. 

Come in un buon bicchiere di vino, scorrendo le pagine si riescono a percepire sulla lingua, in successione disordinata, tutte le emozioni che una figura monumentale come quella di Nick Molise provoca nei figli.

È un gusto complesso, niente a che vedere coi vini ruffiani da bere sorridendo spensierati: è buono, certo, buonissimo, ma punge anche un po’, forse fa lacrimare gli occhi.

In ogni caso alla fine ci mancherà terribilmente, ci sembrerà poco e guardando ubriachi il bicchiere vuoto ci ricorderemo per sempre dello strano universo di sapori e odori che è riuscito a regalarci.

PROSIT!
A rileggerci.

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